Ragionare la vita e vivere il ragionamento. Vincenzo Vitiello: il coraggio del pensare
Gli ultimi anni della sua vita di studioso li ha passati insegnando al San Raffaele. Diceva sempre che erano stati i migliori della sua vita. Anche lui ha contribuito a fare dell’Università Vita-Salute San Raffaele una delle punte di diamante della ricerca in Europa. Le aule in cui faceva lezione erano sempre stracolme di studenti. Anche nel suo ultimo periodo di docenza, dunque, Vincenzo Vitiello ha lasciato un segno indelebile; molti sono stati infatti gli studenti dell’Università milanese forgiati dalle sue indimenticabili lezioni su Paolo, Platone, Vico, Hegel, Kant, Kelsen, Heidegger e molti altri.
Vitiello era filosofo, e lo era nella forma più radicale. Impegnato, però, e da sempre, anche a ‘violentarlo’, il logos; a togliergli cioè ogni pellicola protettiva. Attraversandolo e decostruendolo sino a farlo diventare un attento sensore degli spasmi più laceranti del reale. Impegnato a farlo esplodere affinché potesse finalmente emergere il caotico e insensato brusìo di una vita comunque foriera di inciampi, incontrollabili digressioni e ferite solo raramente cicatrizzabili.

Vitiello voleva dare parola a tale indicibile e spesso straziante respiro; ma era perfettamente consapevole dell’impossibilità connessa a un tale proposito. Infatti, non si poteva dirlo, quel fondo ribollente dell’esistere, e ne era perfettamente consapevole. Ma nello stesso tempo bisognava provare a dirlo. Mettendo in scena la tragedia del conoscere in tutta la sua vertiginosa abissalità.
Ecco perché il filosofo napoletano guardava con grande interesse ai percorsi tentati dall’arte contemporanea (poesia, letteratura, arte visiva, musica…); anche solo in quanto perfettamente consapevole (sicuramente più di buona parte della filosofia del suo tempo, quanto meno ai suoi occhi) del fatto che anche il logos filosofico – come buona parte delle espressioni più radicali delle avanguardie artistiche del Novecento – avrebbe dovuto lasciarsi finalmente alle spalle secoli di tradizione, troppo spesso impegnata nell’edificazione di una grande macchina teorica in grado di dirci una volta per tutte “cosa sia davvero” quel che ribolle nelle esperienze da cui veniamo tutti prima o poi travolti, o quanto meno segnati.
Voleva cioè un logos nelle cui pieghe riuscisse a risuonare, finalmente, il fracasso disordinato dell’esistere; un logos capace di farsi rumore, urlo, dolore, ma anche pura disperazione. Capace di sentire, oltre che di ‘esprimere’ e ‘significare’. Di dire il sentire, ma anzitutto di sentire quel che fosse venuto significando. Perciò amava tanto Vico e il Cristianesimo senza redenzione; e si affidava alla carne martoriata di un Figlio per nulla sicuro della propria resurrezione.

Espressione di un pensare coraggioso e capace di volteggiare senza rete, Vitiello è stato in ogni caso una delle figure più rilevanti del pensiero italiano contemporaneo; non a caso, proprio con Emanuele Severino (che ha anche lui concluso la propria attività di insegnamento nelle aule dell’Università Vita-Salute San Raffaele) avrebbe discusso oltre ogni formalismo accademico (ho ancora vivo nella memoria, un pomeriggio di parecchi anni fa, a Mestre, quando ebbi la fortuna di assistere ad un confronto radicale e spietato tra Vitiello e il mio Maestro, in cui i due titani del pensiero contemporaneo ebbero occasione di confrontarsi senza sconti o inutili formalismi intorno al tema della “contraddizione”).
Con Severino e pochi altri ha reso “grande” la filosofia italiana; arricchendo con grande raffinatezza e generosità il dibattito filosofico anche attraverso la produzione di una mole non indifferente di volumi, tutti caratterizzati, sì da un raro rigore teoretico, ma anche da una non comune capacità di muoversi con grande acume esegetico tra le pagine dei grandi testi del canone occidentale.
In ogni caso, chi ha avuto la fortuna di assistere ad una sua lezione o ad una sua conferenza, sa bene come il filosofo napoletano fosse “irresistibile” e persuasivo anche nell’eloquio. Anche nell’oralità, infatti, egli sapeva “incantare” l’ascoltatore – forse perché consapevole del fatto che solo così avrebbe potuto far provare anche all’uditore lo stesso “incanto” da cui era stato, lui per primo, spinto a muovere i primi passi nella ricerca filosofica. Ricordo bene la prima volta che mi capitò di ascoltarlo, nella mia città. Eravamo forse alla fine degli anni Ottanta: fu un vero e proprio choc metafisico. Il secondo, dopo quello provato ascoltando Severino, a lezione, nella mitica Aula A di San Sebastiano, a Venezia.
Ma mentre Severino parlava come scriveva, Vitiello scriveva e parlava in due modi diversi, consentendo ad ognuno di fare tesoro di due diversi approcci, entrambi esaltanti. Insomma, la sua offerta era per certi versi ancora più articolata di quella di Severino. Ci consentiva infatti di sprofondare e lasciarsi trascinare dal vortice della scrittura, ma insieme di volteggiare leggeri e liberi nell’oralità, in accordo con il ritmo e il suono di cui avrebbe saputo farsi ogni volta rigoroso e spietato testimone.
Vitiello ha saputo pensare “in grande”; insegnandoci, attraverso inedite e spesso sorprendenti ‘topologie’, a leggere gli autori senza farsi fagocitare dalle spesso sterili preoccupazioni classificatorie tanto care agli storici e fin troppo diffuse nelle Università italiane; ma soprattutto ha saputo insufflare in un pensiero sempre estremamente rigoroso una densità e una ricchezza esperienziali tutt’altro che scontate. Rendendo ogni suo libro e ogni sua affabulazione un vero e proprio distillato di ‘eroico furore’ con cui anche le future generazioni di studiosi dovranno continuare a fare i conti.
Giornata sui Trent’anni di Topologia del moderno (Università Vita-Salute San Raffaele) 15 novembre 2022