Estetica e filosofia delle arti

Nonumento. Un paradosso della memoria (Johan & Levi, 2023)

Recensioni

Ciò che colpisce del testo Nonumento. Un paradosso della memoria (Johan & Levi, 2023) di Andrea Pinotti è indubbiamente il titolo. Sembra un errore di battitura, ma non lo è. O meglio, lo sembra intenzionalmente. Il termine “nonumento”, mutuato dichiaratamente dalle espressioni Non-ument e Non.u.mental di Gordon Matta-Clark, può essere definito in prima battuta come un «refuso della memoria», dal momento che «[p]er colpa o in virtù del refuso, il senso originario del testo (o dell’evento) subisce uno slittamento, una deviazione» (p. 12). La realizzazione di monumenti è infatti una delle modalità attraverso cui la memoria, in particolare quella collettiva, si esternalizza. Come affermava Georg Simmel, noi non siamo solo discendenti dei nostri avi, ma anche loro eredi. In tal senso, i monumenti sono «dispositivi mnestici materiali in cui si precipita la memoria delle culture e delle comunità […] e la tengono in serbo per un futuro che la sappia riattivare, fare presente, trasmettere a sua volta a un futuro. Che a sua volta la interpreterà, la fraintenderà, la manipolerà, se ne riapproprierà» (p. 8). Il fraintendimento – lo “slittamento di senso” della definizione da cui siamo partiti – non solo è ineliminabile, ma è essenziale affinché la memoria perduri. 

Come il Novecento ci ha mostrato, scrive Pinotti, è il presente a costruire il proprio passato, perciò l’unico modo per tramandarlo è distorcerlo e tradirlo, reinterpretandolo.  Da un lato, i monumenti sono la «materializazione di questo gesto operativo» (p. 9), ossia del ricordo come attiva produzione nel presente. Dall’altro ne sono anche l’occultamento, dato che i monumenti vengono spesso concepiti come dispositivi neutri, che si limitano cioè a riportare fedelmente un evento passato, permettendone, proprio per questo, la dimenticanza. Infatti, annotare (e dunque, consegnare ad un supporto materiale) una qualche informazione consente di non doverla più tenere a mente, avendo ormai a disposizione un dispositivo esterno da consultare in caso di bisogno. In breve, annotare permette di dimenticare. Si arriva così a quella che, a nostro giudizio, è la questione che innerva l’intera riflessione di Pinotti sulla nonumentalità, ossia la paradossalità insita nel promemoria in quanto tale. Affrontata esplicitamente nella sezione Memoria vs promemoria (pp. 93-100), si ripresenta diffusamente nel testo sin dalla prima pagina, dove il rapporto fra memoria e oblio è declinato nei termini del Fedro platonico. Com’è noto, la natura farmacologica della scrittura è considerata dal re Thamus benefica nel caso in cui si debbano richiamare alla memoria (hypòmnesis) determinate informazioni – da cui genere letterario delle hypomnemata (cfr. p. 95) – ma è nociva per la memoria (mneme). In modo analogo, i monumenti, in quanto esternalizzazioni scritturali della memoria, implicano la possibilità di rovesciarsi nell’opposto di ciò che pretendono di essere: da «oggetti materiali intenzionalmente concepiti, prodotti e istallati per custodire la memoria di una persona o evento» (p. 96) possono, paradossalmente, promuoverne l’oblio. Tale possibilità si concretizza nelle parole di Robert Musil, che mette in luce la contraddittorietà intrinseca dei monumenti in un articolo a loro dedicato: pur essendo costruiti per attirare l’attenzione, scrive il pensatore austriaco, «[n]ulla al mondo è più invisibile» (p. 89); e ancora: «hanno qualcosa che li rende, per così dire, impermeabili» (pp. 89-90) alla nostra attenzione, facendoli mimetizzare nel tessuto urbano circostante. 

È proprio a questo tipo di oblio che la nonumentalità teorizzata da Pinotti cerca di opporsi. Il punto non è contrastare i monumenti come tali, e nemmeno il loro intento memoriale, bensì le caratteristiche positive tradizionali che li portano ad essere inevitabilmente vittime dell’indifferenza denunciata da Musil, e con ciò, ad essere dimenticati. Si potrebbe dire, in estrema sintesi, che il nonumento è tale poiché intende opporsi alla pretesa unilateralità del monumento convenzionalmente inteso, esplicitando la «dialettica immanente al problema del monumento» (p. 118), ovvero – come indica anche il sottotitolo del libro in questione – la già citata paradossalità di ogni promemoria. 

È interessante notare che anche l’argomentazione sviluppata in Nonumento si struttura seguendo un’analoga polarità: la prima parte, volta a definire positivamente il monumento, conduce all’esito opposto, fallendo. La seconda, che procede per “via negativa”, delineando attraverso casi studio esemplari il concetto di nonumentalità, si rivela la vera pars costruens del testo. Più in dettaglio, la prima parte – opportunamente intitolata “Il monumento: un Proteo inafferrabile” – cerca, per tre volte, di tener fermo e determinare il monumento come tale. Quest’ultimo, però, «sguscia via […] senza che sia possibile inchiodarlo alla propria identità specifica» (p. 10). L’epilogo, sia a parte obiecti (capitoli I.1 e I.2) sia a parte subiecti (capitolo I.3), è il medesimo: «l’impossibilità di distinguere il monumento dal non-monumento» (p. 75). Infatti, per via di fenomeni come la patrimonializzazione pervasiva, l’iconolatria nei confronti di ogni traccia del passato e il riegliano culto dell’Alterswert, tutto sembra poter essere un monumento, e dunque, nulla riesce ad esserlo effettivamente.  

La seconda parte, “Dal monumento al nonumento”, si conferma a sua volta un «esercizio paradossale» (p. 100). Ciò accade perché il monumento, considerato a questo livello della trattazione come memoriale, ossia come dispositivo che esternalizza intenzionalmente la memoria di una comunità, viene ad istituirsi per “via negativa”. Quest’ultima consiste nell’analisi di case studies emblematici che «contestano, decostruiscono, aggirano, ribaltano una, o più di una, proprietà dei monumenti commemorativi tradizionali» (p. 10). L’obiettivo dei memoriali contromonumentali e degli antimonumenti (due casi di nonumentalità) era rispondere a quella che – considerando la critica musiliana – può essere definita una crisi della monumentalità tradizionale. Se l’opinione comune ritiene che le caratteristiche tipiche dei monumenti debbano essere «la verticalità, la visibilità, la permanenza, la materialità, la fissità, la magniloquenza, la transitività» (p. 248), i nonumenti si delineano allora come «immergenti, invisibili, effimeri, atmosferici, aumentati, performativi, interettivi, riappropriati, intransitivi» (p. 248; a ciascuno di questi aggettivi è dedicato un capitolo nel testo). 

Una domanda sorge però spontanea: come possono gli autori di opere nonumentali contestare una o più delle sopra citate qualità monumentali tradizionali se la loro determinazione positiva, nella prima parte del testo, si è rivelata fallimentare? L’autore si dimostra consapevole di tale aporeticità, rispondendo perciò a possibili obiezioni in questo senso: «[n]ell’esaminare questi casi» scrive «ho fatto ricorso non di rado a formulazioni inadeguate, se non apertamente contraddittorie […] Come si potrebbe mai procedere per via negativa a sopprimere una o più di una qualità monumentale se non le si fossero preliminarmente identificate come tali, e dunque per via positiva? È pertanto evidente che […] questi artisti ereditano […] un’idea di quel che un memoriale sarebbe innanzitutto e perlopiù» (p. 249). Lungi dall’essere un punto debole dell’argomentazione, il fatto che gli artisti lavorino su un’eredità data come presupposta – a partire dall’idea stessa di monumento – interpretandola, modificandola e distorcendola, costituisce quel fondamentale “fraintendimento” necessario al perdurare della memoria esternalizzata, da cui eravamo partiti.

Banksy, 9 giugno 2020.

Tra i numerosi casi di nonumentalità presi in esame nel testo, uno più degli altri ci sembra adatto a ultimare questa riflessione. Già analizzata da Pinotti in un contributo del 2022[1], si tratta della proposta di Banksy in vista di una possibile ricostruzione della statua di Edward Colston (1636-1721) – ad un tempo un filantropo e schiavista – abbattuta e gettata in acqua dal porto di Bristol il 7 giugno 2020 da alcuni membri del movimento “Black Lives Matter”. Banksy, in un post su Instagram, avanza l’idea di recuperare la statua di Colston e riporla sul basamento originale, aggiungendo delle statue di manifestanti intenti ad abbatterla, così da rendere tutti contenti (everyone happy). La proposta viene giudicata «pienamente nonumentale» (p. 218) dal momento che si pone come una terza via alternativa al semplice aut aut dato dall’abbattimento/mantenimento della statua. In altri termini, non si oppone al monumento in sé, ma all’assolutezza pretesa da entrambe le posizioni, proponendosi come una benjaminiana immagine dialettica, «capace di incorporare dinamicamente istanze differenti, persino confliggenti e contradditorie» (p. 218). Si tratta di un esempio emblematico, in grado di mostrare con semplicità ed efficacia ciò che accomuna tutti i casi di nonumentalità, ovvero la presa di coscienza, la problematizzazione e la conseguente manifestazione della paradossalità della memoria consegnata a dispositivi esterni. In altri termini, come avevamo anticipato: la paradossalità del promemoria in quanto tale.
Concludiamo la nostra disamina lasciando al futuro lettore il compito di scoprire le varie declinazioni con cui i nonumenti mettono in discussione la memoria, producendola e plasmandola di volta in volta.


[1] cfr. A. Pinotti, Tracce di oblio? Il paradosso monumentale e la sfida delle nuove tecnologie, in Le relazioni oltre le immagini: approcci teorici e pratiche dell’arte pubblica, a cura di R. Pinto e C. Guida, Postmedia Books, Milano 2022, pp. 323-328.